In una delle più classiche (e fastidiose) serate invernali di vento burrascoso salentino, il Lecce cede il passo al Via del Mare alla Roma e incassa la sua nona sconfitta complessiva del campionato, di cui la quinta tra le mura amiche, e, se preferite, la seconda consecutiva casalinga intervallata dal pareggio di tre giorni fa allo Juventus Stadium; eroico sì, ma tanto fortunoso. Il che va a confermare i terrori di calendario paventati.
Un Lecce che a mio parere ha disputato la peggior partita della stagione, facendo a tratti fatica anche a fraseggiare nello stretto senza pressing avversario o in alcuni elementi a stoppare un semplice pallone, come sempre spuntato in avanti, ma stavolta anche sgonfio sulle ali ed anche un po’ distratto dietro. A questi si è aggiunta la solita direzione arbitrale a senso unico (per gli altri) ed il risultato, ovviamente, è presto detto. Contro una squadra certamente sulla carta superiore, ma che si è presentata a Lecce priva di diversi elementi (assente tutta la difesa titolare, ndr) e che in generale non era irresistibile in trasferta.
Un Lecce che in primis è parso poco convinto, poco presente con la testa e con le gambe in campo, tant’è che la sensazione dagli spalti è stata che la Roma abbia fatto suo il risultato davvero con il minimo sforzo, senza neanche tanta applicazione tattica o ordine. Ed è questo che fa più rabbia.
Ci si aspettava certamente qualcosa di più per i motivi di cui sopra, e perché come al solito questa era la solita gara “bonus” prima di affrontare “la partita” di domenica contro il Parma.
È evidente però che, al netto del pareggio di Torino, determinato come detto da una buona dose di fortuna, il Lecce nonostante sia al quarto anno consecutivo di Serie A dà sempre una sensazione di impotenza frustrante al cospetto di una squadra appena sopra il settimo/ottavo posto in classifica. E questo sinceramente non va bene, anche se vinci gli scontri diretti (speriamo si continui…), salvo che non si voglia stare sempre su questa sottile linea di galleggiamento che a me francamente inizia a stancare e forse dovrebbe iniziare a stancare anche la dirigenza. E non perché si voglia Conference, Europa League e quant’altro, ma come concetto che ha più a che fare con la dignità calcistica della singola partita.
Lo score del Lecce con le cosidette big del torneo è certamente da rivedere, soprattutto in casa. Lo merita il pubblico, anche ieri appena al di sotto delle prime del campionato.
Domenica arriva il Parma, prima gara del girone di ritorno: una partita da vincere senza sè e senza ma… Mi piace credere che la “distrazione” di ieri sia anche figlia di una concentrazione preventiva (ovviamente inconscia) per la sfida ai ducali, che sarà la classica partita da “6 punti” come si suol dire. Dopodiché però (o nel mentre) in attesa dei rientri di Coulibaly e Berisha, assenze certamente “sanguinose” per la formazione di Di Francesco, Corvino e Trinchera devono intervenire pesantemente sul mercato, a dispetto delle dichiarazioni in conferenza stampa, che io credo comunque figlie di una strategia.
O meglio, più che pesantemente, io credo che la società debba intervenire in maniera sostanziale.
Mi spiego meglio: questa è una squadra che come tutti sappiamo è costruita sul 4-3-3, da molti definito un diktat o addirittura una dittatura, quindi con un gioco determinato dalle ali offensive, ma di fatto, a mio avviso, la squadra è scarsa (nel senso volgare del termine) proprio su questo aspetto che in teoria dovrebbe essere il maggior punto di forza. E questo perché Morente e Pierotti al di là dei deficit tecnico-atletici non hanno caratteristiche da esterni offensivi, N’Dri tende invece a giocare troppo sul fallo laterale spalle alla porta, mentre Banda e soprattutto Sottil sono discontinui ed anch’essi poco votati ad attaccare la porta, ma tendono ad allargarsi. Dunque a mio avviso servirebbe gente che permetta un gioco più verticale, che preveda delle ali che attaccano lo spazio e la porta. Solo così, con questo sistema di gioco, il Lecce può dimostrarsi un po’ più pericoloso in fase offensiva. A dispetto di crede che il problema sia la punta centrale. E questo è un difetto atavico di questa squadra, al di là degli allenatori, che solo con il primo D’Aversa abbiamo visto risolversi un pochino, ma che se risolto può veramente farci svoltare. Poi è chiaro che se venisse una terza punta in grado di giocarsi il posto con Stulic e Camarda non ci offenderemmo di certo…
A centrocampo, detto del rientro si spera a breve dei due titolari fuori, comunque va fatta una rivoluzione importante, e questo perché anche i “rincalzi” sono importanti. Ieri (e non solo), infatti, il mister ha dovuto rispolverare il partente (?) Helgason o il Primavera Gorter anziché puntare su Sala o Marchwinski. Senza considerare l’emblema del “fallimento” del mercato estivo che si racchiude nel nome e nel cognome di Youssef Maleh. Da “diseredato” a migliore in campo delle ultime uscite. Su questo indubbiamente vanno fatte molte riflessioni. Anche perché nel calcio moderno dei cinque cambi, vedere sistematicamente che la squadra addirittura peggiori dopo le sostituzioni è pressoché frustrante. È questa a mio avviso la vera asticella da alzare.
Matteo Pisacane
Il vento spazza via le convinzioni del Lecce contro una Roma incerottata: con il Parma bisogna vincere, ma urgono rinforzi “sostanziali”
In una delle più classiche (e fastidiose) serate invernali di vento burrascoso salentino, il Lecce cede il passo al Via del Mare alla Roma e incassa la sua nona sconfitta complessiva del campionato, di cui la quinta tra le mura amiche, e, se preferite, la seconda consecutiva casalinga intervallata dal pareggio di tre giorni fa allo Juventus Stadium; eroico sì, ma tanto fortunoso. Il che va a confermare i terrori di calendario paventati.
Un Lecce che a mio parere ha disputato la peggior partita della stagione, facendo a tratti fatica anche a fraseggiare nello stretto senza pressing avversario o in alcuni elementi a stoppare un semplice pallone, come sempre spuntato in avanti, ma stavolta anche sgonfio sulle ali ed anche un po’ distratto dietro. A questi si è aggiunta la solita direzione arbitrale a senso unico (per gli altri) ed il risultato, ovviamente, è presto detto. Contro una squadra certamente sulla carta superiore, ma che si è presentata a Lecce priva di diversi elementi (assente tutta la difesa titolare, ndr) e che in generale non era irresistibile in trasferta.
Un Lecce che in primis è parso poco convinto, poco presente con la testa e con le gambe in campo, tant’è che la sensazione dagli spalti è stata che la Roma abbia fatto suo il risultato davvero con il minimo sforzo, senza neanche tanta applicazione tattica o ordine. Ed è questo che fa più rabbia.
Ci si aspettava certamente qualcosa di più per i motivi di cui sopra, e perché come al solito questa era la solita gara “bonus” prima di affrontare “la partita” di domenica contro il Parma.
È evidente però che, al netto del pareggio di Torino, determinato come detto da una buona dose di fortuna, il Lecce nonostante sia al quarto anno consecutivo di Serie A dà sempre una sensazione di impotenza frustrante al cospetto di una squadra appena sopra il settimo/ottavo posto in classifica. E questo sinceramente non va bene, anche se vinci gli scontri diretti (speriamo si continui…), salvo che non si voglia stare sempre su questa sottile linea di galleggiamento che a me francamente inizia a stancare e forse dovrebbe iniziare a stancare anche la dirigenza. E non perché si voglia Conference, Europa League e quant’altro, ma come concetto che ha più a che fare con la dignità calcistica della singola partita.
Lo score del Lecce con le cosidette big del torneo è certamente da rivedere, soprattutto in casa. Lo merita il pubblico, anche ieri appena al di sotto delle prime del campionato.
Domenica arriva il Parma, prima gara del girone di ritorno: una partita da vincere senza sè e senza ma… Mi piace credere che la “distrazione” di ieri sia anche figlia di una concentrazione preventiva (ovviamente inconscia) per la sfida ai ducali, che sarà la classica partita da “6 punti” come si suol dire. Dopodiché però (o nel mentre) in attesa dei rientri di Coulibaly e Berisha, assenze certamente “sanguinose” per la formazione di Di Francesco, Corvino e Trinchera devono intervenire pesantemente sul mercato, a dispetto delle dichiarazioni in conferenza stampa, che io credo comunque figlie di una strategia.
O meglio, più che pesantemente, io credo che la società debba intervenire in maniera sostanziale.
Mi spiego meglio: questa è una squadra che come tutti sappiamo è costruita sul 4-3-3, da molti definito un diktat o addirittura una dittatura, quindi con un gioco determinato dalle ali offensive, ma di fatto, a mio avviso, la squadra è scarsa (nel senso volgare del termine) proprio su questo aspetto che in teoria dovrebbe essere il maggior punto di forza. E questo perché Morente e Pierotti al di là dei deficit tecnico-atletici non hanno caratteristiche da esterni offensivi, N’Dri tende invece a giocare troppo sul fallo laterale spalle alla porta, mentre Banda e soprattutto Sottil sono discontinui ed anch’essi poco votati ad attaccare la porta, ma tendono ad allargarsi. Dunque a mio avviso servirebbe gente che permetta un gioco più verticale, che preveda delle ali che attaccano lo spazio e la porta. Solo così, con questo sistema di gioco, il Lecce può dimostrarsi un po’ più pericoloso in fase offensiva. A dispetto di crede che il problema sia la punta centrale. E questo è un difetto atavico di questa squadra, al di là degli allenatori, che solo con il primo D’Aversa abbiamo visto risolversi un pochino, ma che se risolto può veramente farci svoltare. Poi è chiaro che se venisse una terza punta in grado di giocarsi il posto con Stulic e Camarda non ci offenderemmo di certo…
A centrocampo, detto del rientro si spera a breve dei due titolari fuori, comunque va fatta una rivoluzione importante, e questo perché anche i “rincalzi” sono importanti. Ieri (e non solo), infatti, il mister ha dovuto rispolverare il partente (?) Helgason o il Primavera Gorter anziché puntare su Sala o Marchwinski. Senza considerare l’emblema del “fallimento” del mercato estivo che si racchiude nel nome e nel cognome di Youssef Maleh. Da “diseredato” a migliore in campo delle ultime uscite. Su questo indubbiamente vanno fatte molte riflessioni. Anche perché nel calcio moderno dei cinque cambi, vedere sistematicamente che la squadra addirittura peggiori dopo le sostituzioni è pressoché frustrante. È questa a mio avviso la vera asticella da alzare.
Matteo Pisacane
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